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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/160


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con le mani allo schienale d’una seggiola rispose con un crudele scherzo:

— E a voi cosa manca? Forse lo schidone della carne rubata? Ohi, compare, avete la barba ancora più lunga e più selvatica ancora!

— Io non ho bisogno di saziarmi con carne rubata, rispose il Porri; e voleva sorridere, ma solo una scintilla verde gli brillò negli occhietti felini. Poi si passò una mano sulle ciocche nere e rossastre della barba, e ne strinse l’estremo ciuffo entro il grosso pugno bronzino.

— Eh! lo so bene, disse Stefano; — voi potete far comparire sul vostro canestro il pane di grano e di latte e la sapa più di qualunque cavaliere. Mi avete portato del danaro?

— No, — fece l’altro, e, lasciando andar la barba, aprì le larghe mani, accennando che non aveva nulla.

Stefano ricominciò ad irritarsi.

— E allora perchè siete venuto?

Il pastore s’accomodò sulla sedia e cominciò le solite lamentazioni: l’annata cattiva, metà dei pascoli rimasti vacui o pascolati abusivamente; e i pastori a cui l’altra parte era subaffittata non pagavano neanche a pigliarli a colpi d’archibugio.

— Bancarotta! — concluse, mostrando sempre le mani vuote. — Io sono un uomo rovinato, e se l’anno scorso ci ho rimesso cento scudi,