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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/155


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Gluck nè d’altro maestro, finì in un improvviso acuto, metà gemito e metà sbadiglio.

Sul balcone Maria respirò; sentì Stefano alle spalle. Ah, veniva lui! Era dunque giusto che ella mettesse il muso.

— Cos’hai?

— Nulla.

Egli guardò l’orologio, lo rimise nel taschino e battendo poi le dita sulla cortina, come per far cadere una mosca morta che non c’era, si domandò se gli conveniva meglio uscire o restar a casa con la moglie che rispondeva di non aver nulla appunto perchè aveva qualche cosa. In entrambi i casi lo aspettava una noia infinita; preferì il secondo per farsi maggior dispetto; poichè nel paese non esisteva persona che meglio di Stefano Arca conoscesse l’arte di tormentar se stesso e farsi del male. Cominciò col tirarsi crudelmente i baffi, e ripetè, ma senza insistenza e quasi lo dicesse la prima volta:

— Cos’hai?.

— Ma nulla, ti ho detto!

— Va e vestiti chè usciamo.

— Io non esco.

— Perchè?

— Perchè non esco!

— Cos’hai? — ripetè egli ancora, e sempre con l’indifferenza d’una inutile domanda.

Allora Maria si volse e lo fissò: