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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/154


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lei, s’affacciò al balcone, con aria tutt’altro che di sposa felice. Capiva poco di musica, ma s’era accorta che il marito suonava solamente nelle ore di malumore o di cattiva inspirazione; forse perciò il suono del cembalo le riusciva sgradito, e quasi sempre veniva a interromper le nervose sinfonie di Stefano, che s’acquietava volentieri nella musica delle parole di lei.

Ma quella sera la noia e il malumore erano così forti che non gli permisero di sollevare la fronte e chiamare Maria con lo sguardo; ed ella, vedendosi trascurata, passò oltre.

— Cos’ha? — dimandò egli a se stesso. — Perchè non s’avvicina? E l’anulare svelto e nervoso premè sopra un si, che rispose acutamente.

— Sì, sì, siamo di malumore.

— Lascerà il balcone? Che pensa? Perchè non s’avvicina? — gridò poi un’altra fuga di note.

Ma tosto una grave semicadenza rispose con profondità:

— Anch’io non le ho badato! Ma doveva avvicinarsi lo stesso. Non è già venuta per mettersi semplicemente al balcone. Devo alzarmi?

— No, no, che venga lei.... — disse una dispettosa nota dell’alto registro.

Lei non venne; e dopo una singolare tenzone di accordi e di pensieri, parte dolci e parte dispettosi, la sonata, che non era più nè di