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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/150


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sull’inginocchiatoio, e priva di sostegno la testa si reclinò. Confuse visioni le attraversaron la mente; dai roseti dell’altare che parevano chiudere un misterioso orizzonte, cominciò a fumare una tenue nebbia bianca, ed erano le rose che si sfogliavano, ma invece di cadere, i petali salivano, salivano. A poco a poco l’impalpabile vapore coprì ogni cosa; la sua faccia cadde sulle braccia e il pensiero s’addormentò.

Nel silenzio alto della notte s’udì un grillo che strideva al di sopra del muro; poco dopo un rumore insolito, come di scalpello sulla pietra, risuonò timidamente al di sotto del muro, intorno all’inferriata che chiudeva il buco per lo scolo delle acque piovane nel cortile; spaventato, il grillo tacque sul suo rifugio.

Le grandi stelle bianche di giugno scendevano verso l’Ovest, e una sola, d’un azzurro di opale, stava come acuto occhio celeste, ferma al di sopra della torretta nera del piccolo monastero.

La fragranza dell’orto saliva più fresca e rorida, come se tutte le rose si fossero sfogliate sulla vasca e l’acqua svaporasse olezzando.

Il rumore timido e lento continuava, e cambiando vibrazione pareva il raschiare d’un piccone sul muro aspro. L’inferriata vibrava con lunghi tremiti metallici, ma così tenui che solo