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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/149


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E Silvestra, coi gomiti sull’inginocchiatoio e il volto fra le mani, sentiva tacere in sè ogni ribellione, ogni angoscia; e s’abbandonava alla inenarrabile dolcezza dei ricordi, dell’amore rinato, della vita trionfante.

Il suo pensiero rispondeva finalmente ai quesiti prima sì tormentosi ed oscuri.

La luce rossa piovente dall’alto era luce d’amore, di carità e perdono.

Al di là degli alti muri gialli fiorivano le rose, e gli uomini amavano.

La Vergine del Carpaccio attendeva l’amor suo lontano, forse contrastato, che combatteva e anelava per giungere a lei; e la luce che le irradiava la fronte sognante era la speranza.

Anche Silvestra sentì in sè questa luce misteriosa, splendida come il vermiglio bagliore dell’Amor divino, bianca e dolce come il latte della divina Misericordia; e nei vaneggiamenti della strana febbre che le faceva confondere il Cielo col Mondo, il suo cuore provò un vago sentimento d’attesa. Egli Sarebbe tornato, egli veniva!

Come e quando si sarebbero riveduti ella non giungeva a immaginarlo, per quanti sforzi la mente facesse; ma il cuore sentiva che ciò doveva accadere, e presto.

Nella profonda dolcezza di questa speranza i pensieri si lenirono soavemente, si raddolcì la tensione dei nervi; le braccia si piegarono