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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/136


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giava la marcita in un campo di vegetazione rosea e luminosa.

Egli fissava sempre le cime rosse dell’elce: un nuovo soffio di brezza, più forte e fresco, gli battè la nuca, dandogli non più raccapriccio, ma una sensazione piacevole e indefinita come quella d’un profumo. Sentì sopravvenire qualche cosa d’ignoto, ma non d’inquietante. Che cosa era? Forse la sensazione della realtà dopo il lento risveglio dal sonno; forse la frescura della sera; forse la sera stessa che veniva e lo invitava a sorgere, a incamminarsi, a riprender la sua via fatale? No; perchè era una sensazione piacevole, un’indistinta percezione dei sensi e dello spirito, che lo tenne fermo, lo rassicurò, gli fece chinare gli occhi. Sentì l’ombra delle brune e fini ciglia allungarglisi sulle guance, e gli sembrò che quell’ombra calasse, calasse, allargandosi, oscurandogli una lunga striscia del fieno su cui posava: rialzando le palpebre vide infatti un’ombra sottile, e, senza voltarsi, riconobbe la persona che il suo cuore aveva sentito venire.

— Silvestra! — disse dolcemente.

Una mano gli si posò sul capo; egli alzò la destra, afferrò quella mano tremante, la strinse tenacemente, poi appoggiò la sinistra sul fieno e si sollevò.

Per un momento i due giovani si guardarono intensamente, quasi meravigliati di tro-