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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/113


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nivale anche l’aria e la luce dell’oratorio impallidivano freddamente.

L’anima di Silvestra gelò e parve cristallizzarsi come la neve; eppure nella cella, ove il caminetto restava acceso notte e giorno, spirava un tepore intimo e grato; nessun rumore giungeva, e solo le voci sonore dei venti raccontavano nella notte strane storie, e avevano gridi lontani e richiami misteriosi.

Diceva il vento:

«Silvestra, Silvestra, è possibile mai che tu dimentichi, che l’anima tua dorma, che dorma il tuo pensiero, che dorma il tuo cuore e dormano i tuoi occhi?

«L’altipiano è tutto coperto di neve: spuntano appena gli olivastri, i cespugli, le siepi dei muri; e il cielo è grigio e bianco e su questo smorto sfondo dilagano nuvole e vapori fumosi che vanno, che vanno, che vanno, come vado io. Sai tu chi sono io? Non ti ricordi di me? Io mi ricordo di te attraversando la bianca desolazione dell’alta pianura; e al vento che mi schiaffeggia violentemente e mi toglie il respiro e rende violette le labbra che t’hanno baciato, al vento gitto la mia voce. E nel vento è la mia voce che ti parla. È dunque possibile che tu mi dimentichi nella serenità del tuo piccolo chiostro, se io ti ricordo fra i pericoli e le minaccie del tempo, degli uomini e della natura?