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Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/110


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In quel chiarore di fuoco mistico che s’accendeva porpureo col sole, e al cader della sera moriva in una prolungata agonia d’ombre silenziose, le ramificazioni delle pareti scintillavano tenuemente, quasi un riflesso di luna smuovesse davvero le palme d’oro; e riposavano le vanescenti figure di antichi quadri ad olio, appesi un po’ bassi con cordoni di seta granata.

Queste tele, dalle cornici nere e rozze, erano pur esse vecchie memorie di famiglia: due erano dipinti chiaro-scuri, appannati da una patina grigiastra e alquanto screpolati; una si diceva copia del Guercino, e rappresentava un Cristo incoronato di spine, al cui volto giovanile, solcato da grosse lagrime sanguigne, la corta e riccioluta barba rossastra dava una grazia nordica assai delicata. Un altro quadro, meglio tenuto, chiaro ancora e luminoso, squisitissima opera d’arte di gran valore, da cui Stefano a sua volta si era separato con grande rimpianto, per tradizione famigliare lo si assicurava un Carpaccio autentico, e, certo, se non al Maestro, apparteneva alla sua scuola; era forse una vaga imitazione del famoso Sogno di Sant’Orsola.

La tela degli Arca, larga un metro e venti ed alta quasi due metri, non aveva titolo e solo una data: Venetia, 1503, e due iniziali: V. C.; ma probabilmente era un’Annunziazione.