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nare a casa e riprendere la solita vita: bastava questo per svegliarsi: ma come appunto in un sogno più forte della sua volontà, scese e attraversò con paura la strada, poi fu nell’atrio di un palazzo principesco.

Era l’ingresso di una banca.

Ella scese cauta la scaletta che conduce ai sotterranei di marmo. S’era d’improvviso fatto notte; la luce bianca e fredda delle lampadine elettriche rischiarava il luogo, e un fresco di neve dava l’impressione di trovarsi in una grotta di montagna.

Ecco una prima sala rotonda, con un cerchio di persone intorno a una lunga tavola come intente a un gioco. Carte vanno, carte vengono. Un uomo, seduto in mezzo agli altri, guida il gioco: è lui che controlla, distribuisce, ritira le carte, serio nel lungo viso glabro, con le mani bianche e fini, le unghie violacee a punta come quelle di una donna. Ogni suo gesto è calmo, lento, quasi religioso: e pare invero che egli compia un rito, e tocchi e consegni le carte come ostie consacrate: e del resto anche gli altri le porgono e le ricevono con