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gio. E Concezione, dopo un cenno di saluto, attraversata la cucina, andò a riporre lo scialle nella cassapanca della camera attigua. Un odore di mele cotogne uscì dalla cassa piena di robe. Un letto grande, con una coperta di lana tessuta e ricamata a mano, tutta fiori e uccelli rossi e azzurri, occupava quasi intera la stanza e serviva per entrambe le donne: ed era alto in modo che, sotto, vi si rifugiavano cestini e arnesi, rotoli di lana filata, un sacco di patate e uno, più piccolo, di legumi; ma tutto in ordine, e pulito, sul pavimento di rozzi mattoni rossi. Entro un cestino, fra la lana scardassata, stava il bel gatto nero, che pareva si fosse messo una cuffietta bianca di pelo per dormire meglio: aprì un occhio verde, fissò la padrona, tornò ad assopirsi: partecipava all’olimpica tranquillità del luogo. Ritornando nella cucina, Concezione pero arrossì e si turbò nel vedere che la madre aveva tirato fuori dall’armadio a muro un porcellino morto, con la cotenna rossa e il ventre aperto ripieno di fronde di mirto: e lo guardava anche lei, la madre, incerta e un po’ inquieta, e pareva rivolgergli la parola.

— Povera bestiolina: avrà avuto solo tre giorni di vita. Mah!

Sospirò, rassegnandosi al destino della piccola vittima: in fondo bisogna sempre con-