Pagina:Deledda - La casa del poeta, 1930.djvu/200


— 194 —

— Ah, birba, sei qui? Ma non vedi chi c’è?

Sì, lo vedeva bene, chi c’era, il gattino spavaldo; ma non aveva paura. Aumentata la sua allegria dalle penombre della sera, scappò di mano alla donna e saltò fino alla parete in fondo alla cucina; andando incontro alla sua ombra, con la quale si mise a scherzare.

Mina tremava per lui: come lui agile e silenziosa corse per riprenderlo, e non le riuscì: non solo, ma lo spensierato folletto parve schernirla, saltando sulla tavola, poi qua e là sulle sedie e infine di nuovo nel corridoio.

Ella fu ripresa da uno struggimento di gelosia: sentiva che il gatto, da lei salvato dal fosso e allevato come un bambino, sarebbe diventato più amico del cane che suo: e il cane ne avrebbe accettato l’amicizia.

Sedette di nuovo sulla pietra del camino, ed ebbe l’impressione che la cenere ammucchiatavi dentro fosse quella della sua vita: non una scintilla più doveva scaturirne. L’uomo al quale ella aveva dato tutto la scacciava; neppure le bestie le volevano più bene. D’altra parte, che fare? Non sapeva dove andare, non aveva un’anima amica: credeva ancora in Dio per non pensare ad uccidersi; anzi, al ricordo di chi tutto vede e tutto pesa, si piegò di nuovo rassegnata.

— Vuol dire che comincia anche per me il purgatorio: sia fatta la tua volontà, o Signore.

E le parve di voler bene anche al cane. Dopo