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rore verde-viola della finestra, sul cui sfondo giganteggiava la sagoma dell’uomo massiccio e biondo, col cane fulvo ai piedi e il boccale d’oro in mano.

Il peggio fu quando egli se ne andò, senza salutarla, senza neppure raccomandarle la bestia: la quale d’altronde, avendo compreso che non aveva più nulla da temere, si accucciò sotto la tavola e rimise la testa sulle zampe.

Pareva dormisse: ad ogni buon fine, la donna sparecchiò e rimise tutto a posto camminando in punta di piedi: e si sentiva peggio che sola, in compagnia del cane; con un’acerba tristezza in cuore, per la luna cremisi d’autunno che pendeva come un frutto misterioso tra il fogliame della finestra, per la lontana risata di una ragazza, che doveva essere in compagnia di un uomo.

— Oh, ridi pure, ragazza: verrà anche per te il giorno dell’abbandono, quando la tua vita sarà come un campo mietuto, senza una sola spiga lasciata dal tuo padrone.

Questo pensiero non bastava però a confortarla: anzi, ella chiuse con dispetto la finestra e tornò davanti al camino. Ed ecco, mentre stava piegata a coprire il fuoco, si sentì tirare la sottana: rabbrividì, credendo fosse il cane; poi si rallegrò infantilmente, accorgendosi che il gattino rassicurato dalla quiete della casa e dal silenzio di Leo, era tornato in cucina e riprendeva a trastullarsi.