Pagina:Deledda - La casa del poeta, 1930.djvu/164


— 158 —

— Meno male, però, ch’è stato al caldo, col termoforo. Da noi, invece, si moriva sul serio. siamo stati bloccati in casa quindici giorni, con la neve che arrivava sopra le finestre del pian terreno. E malattie, e disastri di ogni genere. Oh, ma chi si vede?

Tutti si alzarono in piedi, compreso lo scalzo, che s’era messo un giornale sotto i piedi. Arrivava una signora anziana, dritta ed agile ancora nonostante l’incipiente pinguedine; incoronata di capelli d’oro e d’argento fatti più fulgidi dall’aureola luminosa di un ombrello che pareva un grande girasole. Il vestito, la sciarpa, la calzatura, la fibbia, la borsa, i gioielli, e persino i denti, rispondevano al colore dei capelli; ma fra tanto svaporare e scintillare di tinte nel chiarore della spiaggia, gli occhi di lei, cupi sotto le grandi sopracciglia nere, in un viso fino e fermo di cera rosea, davano l’impressione ch’ella fosse in maschera: una donna giovane, appassionata e cattiva, si nascondeva in quell’involucro di veli e sotto la parrucca impressionante.

Appena ella fu nel gruppo, lo scalzo le afferrò la mano e, inchinandosi, gliela baciò: le signore le offrirono le loro sedie a sdraio e il loro posto all’ombra: ella rimase in piedi, con gli occhi assenti, senza neppure accorgersi del bacio quasi galante del giovine; e quando questi le domandò con la sua voce gutturale e ironica:

— Come mai si è decisa a scendere dalle sue