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vivamente. Non discuteva mai, non sorrideva, e se n’andava via com’era venuta, silenziosamente.

Don Evéno rientrava sempre tardi per il pranzo e per la cena; perciò faceva da solo i suoi pasti, e d’altronde Mikela non si sarebbe mai adattata a mangiare con lui. Perciò non esisteva tra loro alcuna intimità; neppure dopo l’inverno, quando cioè la fanciulla aveva preso assoluto possesso della casa. Don Evéno la guardava sempre con una specie di stupore.

Non udendone la voce e i passi, la sentiva più che vederla, e quando gli compariva davanti la squadrava da capo a piedi, quasi curiosamente e con diffidenza. Perciò ella arrossiva. Poi don Evéno pareva ricordarsi. Ah, sì, era lei, la nipote, dai piedini calzati con lusso e dal costume poetico.

Un giorno le disse:

— Ehi, Mikela, dovresti vestirti da signora.

— Sì, domani! — esclamò essa con vivacità. E rise. Era la prima volta che don Evéno la sentiva ridere.

La guardò con più stupore del solito.

Il costume semplice ed elegante le dava più grazia plastica di qualsiasi toeletta signorile. La camicia bianchissima faceva ri-