Pagina:Deledda - L'incendio nell'oliveto,1821.djvu/288


— 280 —

una farfalla notturna. Il guaio è che era chiuso dentro, ancora stordito dalle bastonate di Agostineddu vostro. E Agostineddu vostro per medicina gli aveva portato il vino, e ne aveva dato anche a me, ed io m’ero addormentato in fondo al mio oliveto. Mi svegliò il fuoco; mi trovai in mezzo a una nuvola e subito dissi a me stesso: quel diavolo di Juanniccu, ubriaco e idiota com’ è, ha attaccato fuoco alla casa. — E sono accorso e ho gridato; ma ho una gamba sola, e il fuoco camminava più svelto di me. Eppure son riuscito a buttar giù la porta, perchè il fuoco, meno male, usciva dall’altra parte, spinto dal vento, e non so come ho tirato fuori il tuo padrone già mezzo abbrustolito; l’ho tirato fuori come un pane dal forno, così Dio mi assista nell’ora della morte. E ora, mi disse poi zio Saba, le tue padrone diranno magari che sono stato io a incendiar l’oliveto!

Tacque, spaventata dall’ansare di Annarosa che s’era rivolta col braccio sul muro e vi scuoteva sopra disperatamente la testa.

— Ebbene, che vuol fare? — riprese poi, accarezzandole timidamente una mano. — Sono cose del mondo. Piuttosto bisogna pensare a non far sapere nulla alla vec-