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Qualche volta zio Fredu Mura e la moglie venivano a far visita alla nonna: visite fredde, quasi di etichetta, alla cui conversazione lei non prendeva mai parte.

Di Stefano ricordava che era venuto solo due o tre volte, anni avanti, per certi affari di famiglia, e a lei non aveva neppur badato.

Ma ecco, le pare di rivedere, nei mucchi di brage accumulati sulla cenere del camino, un paesaggio di montagna, al tramonto. Si è in una festa campestre, e si balla sotto il bosco al suono della fisarmonica. Stefano s’avanza e la invita a ballare. Grande e grosso, pallido e con gli occhi d’un nero profondo, con le palpebre grevi, come assonnate, sembra più vecchio della sua età; tuttavia è con una certa timidezza goffa che s’avvicina a lei, sebbene anche lei sia la ragazza più vergognosa della schiera intorno riunita.

Fin d’allora si parlava d’un possibile matrimonio fra loro due; e le pareva di rivedere ancora tra l’ombra del bosco e lo sfondo rosso del tramonto gli occhi delle altre ragazze, che seguivano con invidia il suo giro di danza e la credevano palpitante di gioia fra le braccia di Stefano.