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a sollevarsi, forte, con la corona delie sue trecce lucenti al sole: poi si allontanò col suo passo calmo, col suo viso chiuso.

Allora Annarosa nascose il viso fra l’erba e pianse. Si sentiva sola, abbandonata, tradita da tutti, anche da sè stessa. E il tripudio d’amore delle cose intorno accresceva questo suo senso di solitudine.

Famiglie numerose d’insetti e api e mosconi passavano e ripassavano sopra di lei con un mormorìo che pareva uscire dagli steli dell’avena come dalle canne di un piccolo organo. Passavano e ripassavano centinaia di farfalle bianche, con gli occhi sulle ali, o colorate come avessero attraversato il fuoco, o fossero salite sino al sole, prendendone lo splendore; e si univano a coppie sulle cime del fieno, più lievi del più lieve fiore. Le formiche le salivano sull’orlo della veste e le zanzare le pungevano le gambe attraverso le calze sottili. E giù dalla valle le arrivava il canto del cuculo che la compiangeva e la irrideva.

Qualche cosa di duro le cadde sul braccio. Si sollevò stizzita e vide ch’era una coppia di cavallette di cui una balzò subito più in là, l’altra le rimase stordita