Pagina:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu/218


— 208 —

sto nell’appartamento vigilato dalla chiassosa Pierina: per il momento, la servetta era lei, che con la scusa di andare a messa si permetteva una piccola gita mattutina. Ma quando fu nella chiesetta, nuova e può dirsi davvero fiammante, per i ceri e le lampade accese senza risparmio, per i fiori, e sopra tutto per le grandi alte finestre coi vetri illuminati d’oro, e sedette nell’angolo dietro la bussola della porta, sentì qualche cosa caderle ai piedi, tanto che, istintivamente, si piegò a guardare.

No, il libro ce lo aveva in mano, il rosario in tasca, col borsellino e il fazzoletto; eppure qualche cosa era caduta: ah, sì, la sua effimera per quanto mesta felicità.

Adesso la sua anima era di nuovo prigioniera, in una gabbia trasparente e fina, sì, ma sempre gabbia: come l’uccello riacchiappato dopo una pazza piccola fuga: ma non ci si dibatte, anzi si affloscia, si tiene quieta sulla sbarra sicura: è quasi contenta di aver ripreso la sua solita quieta e rassegnata posizione.

La messa non era cominciata ancora, e una giovane suora d’ebano e di avorio come una statuina di Madonna addolorata, si dava un gran da fare per gli ultimi preparativi intorno all’altare: ogni tanto la bussola si spalancava, e coi fedeli silenziosi entrava anche l’aria e il profumo dei giardini intorno: un prete, dentro il con-