Pagina:Deledda - L'argine, Milano, Treves, 1934.djvu/195


— 185 —

suoi denti di luce; per gioco, per dispetto, anche, come i passeri che si beccano. È la linfa della stagione, che scorre nel mio sangue, che a poco a poco mi riduce ad uno stato spasmodico di adolescente in fermento di vita.

Agar si piega a strappare un ciuffo d’erba oh, anche lei segue la legge; come gli insetti e le farfalle in amore si riveste dei suoi più attraenti colori, fa vedere le sue forme, si piega e si allunga in istintivo agguato. Attirata come da una calamita, lentamente smovendosi le vesti con un movimento di ali, viene a sedersi accanto a me; può, del resto, essere anche un segno di sicurezza, di confidenza: ad ogni modo io resto immobile; non la guardo più: solo, domando con voce bassa, già trepida del segreto che ci avvince:

— Qual’era la cosa che voleva dirmi l’altro giorno, signorina?

Ella tace: io divento umile, bugiardo.

— Non sono più tornato, perché ho avuto molti contrattempi: ma ho pensato sempre a lei ed a quel che voleva dirmi. Adesso può farlo. Vuole?

Ella tace: io volgo gli occhi e vedo che scuote la testa in segno di diniego: no, è tardi, adesso; ella è stata offesa, ha capito la mia diffidenza, la mia paura; intende benissimo che io mi avvicino al suo corpo, non alla sua anima, e non vuole più parlare. Vuole anche lei divertirsi,