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Piccolina 145

le accostai il vasetto con la pasta e lei vi beccò dentro avidamente: pure avidamente bevette, sollevando dopo ogni sorso la testa e schizzandomi l’acqua sulla mano: quando fu sazia afferrò a tradimento col becco l’orlo del vasetto e tentò di rovesciarlo: poi si scosse tutta e, con le piume della testa dritte e gonfie, mi guardò severa. Questa era la sua gratitudine. Io mi divertivo: raccolsi qualche granellino di pasta caduto per terra, e rimisi ogni cosa a posto, per cancellare le tracce del mio passaggio, poi feci appena a tempo ad andarmene perchè Fedele rientrava.

E nella notte mi sorpresi a pensare alla cornacchia: mi pareva di vederla dormire su una sola delle sue zampe di corallo nero, con gli occhi socchiusi a sognare, in quel suo melanconico esilio, le macchie e gli acquitrini dove l’avevano presa e le sue compagne con le lunghe code e le ali possenti volano a stormi alte sul cielo solitario. Sentivo compassione di lei.

— Se la teniamo qui, vivrà anche lei senza gioia e senz’amore.

Anche lei. Poichè ricordavo bene i miei lunghi anni vissuti senza amore e senza gioia.

— Le faremo crescere le ali e la coda e in primavera la lasceremo volare, in cerca del suo compagno.

Non so perchè mi figuravo fosse una femmina: forse per concatenazione d’idee. E non sorri-