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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/65


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tirò subito e rimase qualche tempo a chiacchierare con la vecchia paesana che gli affittava una cameretta pei giorni in cui egli stava in paese. Mentre filava e il suo piccolo fuso girava e strideva come fosse animato, ella raccontava per la millesima volta un fatto straordinario accadutole qualche anno prima.

— Tu sai che io ho un figlio impiegato, che vive in Continente. In verità, non dico il falso; ci vollero anni perchè Luisi, mio figlio, mi convincesse ad andar a stare con lui. Sua moglie è ricca. È una brava donna! Non ti dico altro: sa parlare anche il tedesco. A dir la verità, la loro casa era piena come un uovo; i pavimenti sembravano specchi, e Luisi e sua moglie mi trattavano come l’oro: io la mattina dovevo stare a letto fino alle nove, e la serva, che aveva il grembiale bianco, mi portava il caffè e i biscotti. Che cosa mi mancava, figlio mio? Dimmelo, se lo sai: non mi mancava nulla. Quando mi alzavo ero costretta a mettermi le scarpe alte. Mio figlio non voleva che io filassi perchè la serva avrebbe riso. Non pensavo a nulla, fiore mio, non facevo niente. Cominciai a bere caffè e caffè: persino trenta tazze al giorno, e forse anche più. Chiamarono il medico, un bell’uomo alto, con gli oc-