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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/58


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varla, — ella gettò la ventola per terra e gli si avvicinò con uno slancio felino, quasi volesse graffiarlo.

— Chi verrà a trovarmi? Chi è, lui, che possa permettersi tanta libertà? Io non lo conosco, ripeto. Lo conosci, tu? Ti ha mandato lui?

— Si calmi! — egli le disse, prendendole una mano. — Non gridi così; neppur io lo conosco!

— E allora, che t’importa?

— Elena, non si offenda.... Sono geloso di lui!

Allora un sorriso di scherno sollevò il labbro sottile di lei e i suoi occhi si oscurarono.

— Ho capito, adesso! — gridò, mentre Bruno si passava una mano sulla fronte, turbato come se ciò che stava per dire fosse la verità.

— Elena! Lo sapevo che si sarebbe offesa! Ma le giuro che non avrei parlato mai se non avessi incontrato quell’uomo. Da molto io pensavo a lei: eppure.... non le ho mai recato molestia. È vero, sì? le ho mai mancato di rispetto? no. Adesso, però, i discorsi del Dejana mi han fatto perdere la testa.... Egli si mostrava così sicuro del fatto suo! Mi scusi, Elena! Tenga le mie parole come non dette.