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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/391


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Saltò e corse a lui, si curvò, lo scosse, cercò di sollevarlo. Il cadavere, ancora caldo e molle, si abbandonò tra le braccia del suo nemico come il corpo d’un bimbo fra le braccia materne: e il suo viso bianco, con gli occhi aperti e i baffi spioventi sulla bocca atteggiata ad una espressione di disgusto, pareva quello di un uomo stanco e vinto.

Quando Predu Maria si convinse che Bruno era morto, lo lasciò ricadere, piano piano, e gli adagiò la testa sullo scalino come sopra un guanciale; e non osò toccarlo più, ma stette a guardarlo, curvo e con la mano appoggiata al muro, come spiando se tornava in vita.

Anche lui era bianco in viso, e le sue labbra imitavano l’espressione di quelle del morto. Ricordava perchè era là, e gli sembrava che il suo rivale avesse obbedito ai suoi ordini, andandosene ad un paese donde non si ritorna; ma davanti a quel corpo inanimato provava una paura misteriosa, quale nessun nemico vivo e implacabile avrebbe potuto inspirargli.

Rimase a lungo così, come istupidito; ma a un tratto il suono delle campane riempì nuovamente la notte di vibrazioni e di armonia, ed egli ricordò le notti di Natale della sua adolescenza, quando lo