Apri il menu principale

Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/374


— 368 —


Ma a misura che il suono svaniva nell’aria tranquilla, anche il suo spirito si calmava: e dentro di lui, come intorno a lui, tutto di nuovo fu silenzio e tristezza.

A passi cauti uscì nel viottolo ed entrò nell’orto della maestra, deciso di avvertire Sebastiana del pericolo che li minacciava: ma arrivato all’angolo della scaletta sentì che le due donne questionavano fra di loro e si fermò.

La maestra parlava con violenza, ma senza dimenticare le sue espressioni ricercate.

— Era meglio che io non ti avessi dato il latte, figlia mia: era meglio che tu fossi morta appena nata. Tu hai fatto diventar bianchi i miei capelli innanzi tempo, e vuoi farmi morire scomunicata.

— Egli ha mentito! È il suo mestiere! — gridò Sebastiana. — Perchè non parlò con me? Ha forse paura di me, adesso, dopo che mi ha sempre trattata come una bimba di cinque anni? Ma l’aspetterò....

— Sta almeno zitta! Tagliati la lingua, poichè non puoi forarti gli occhi! Saranno pure calunnie, voglio sperarlo, ma non c’è fumo senza fuoco, e di una donna onesta non si sospetta neppure.

Allora Sebastiana scoppiò a piangere, e fra i singhiozzi riprese a difendersi, con voce infantile ma con parole acerbe.