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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/360


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gemendo. — Dio mio, Dio mio, perdona al tuo peccatore, aiutalo, aiutalo! Io ti ho chiesto mille volte di farmi soffrire, di farmi espiare, in questa vita, ed ora non riconosco la tua mano che grava sopra di me!

XVI.

Senza aspettare il ritorno di Antoni Maria, si alzò e ritornò sulla montagna. Ma a misura che si allontanava dal paese la sua esaltazione cadeva: e la rabbia, l’odio, il desiderio di conoscere intera la verità e di vendicarsi lo riassalivano.

Gli sembrava che Antoni Maria potesse ridersi di lui e della sua debolezza; e l’orgoglio e la vanità sopraffacevano la sua fede e i suoi terrori religiosi.

Al cader della sera ritornò a Nuoro. Era stanco e assonnato; gli pareva di sognare uno dei suoi soliti sogni e di camminare spinto da una mano invisibile. Cadeva, si sollevava, gemeva, sapeva di andare incontro a un dolore terribile, ma non voleva più ritrarsi, e diceva a sè stesso in un delirio di egoismo: