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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/307


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sul petto, pareva un vecchio stanco e malato ma non ancora rassegnato alla sua fine.

Durante la notte non aveva chiuso occhio, ed ora provava una sonnolenza malaticcia; gli sembrava di aggirarsi ancora attorno all’orto e alla casa della maestra, tentato di salire ancora la scaletta, di picchiare alla porticina, di chiamar Sebastiana e di farsi perdonare da lei. La paura, l’umiliazione, il timore di esser deriso, lo rendevano prudente. Gli sembrava di sentir ancora fra le sue braccia l’agile busto di lei, vibrante di passione e di gioia: ella si burlava di sua madre; ella avrebbe riso anche di lui: ella era capace di tutto!

Egli sentiva che una volta diventata sua amante, Sebastiana avrebbe fatto di lui quel che voleva; e mentre il veleno del desiderio non soddisfatto gli fermentava nel sangue, accrescendo il suo malessere fisico, la sua ragione si ostinava nei suoi calcoli, decisa a combattere ancora, a vincere ancora. Egli voleva vivere, voleva vincere. Mille storie, d’uomini che s’erano perduti per causa di donne, gli tornavano in mente; pensava a Lorenzo il dispensiere, che per causa di una donna aveva tentato di uccidere il proprio fratello, ed era diventato cattivo e cinico e aveva fatto una fine misteriosa.