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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/286


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Adesso l’orto, giallo di sole e nero d’ombra, stendevasi solitario, zappato di fresco, rallegrato dai fiori violacei dello zafferano: ma egli vedeva egualmente la figura agile e voluttuosa della sua vicina di casa sorgergli davanti guardandolo con passione. Stette a lungo alla finestra come immerso in un sogno. Udiva grida lontane, suoni di fisarmoniche, squilli di sonagli; nell’aria errava un odore di pasta fritta e di miele caldo. Una maschera a cavallo, coperta di pelli e di sonagli come un guerriero barbaro, passò di corsa su per il viottolo, emettendo grida selvaggie.

Predichedda entrò nella casa della maestra, e poco dopo ne uscì accompagnata da Sebastiana; entrambe vestivano il loro bel costume festivo, come se stessero per recarsi in chiesa, ma Bruno indovinò subito ciò che esse pensavano di fare, e decise di seguirle.

Vestito a nuovo, col suo cappello a larghe falde, gli occhi metallici e i baffi dorati, egli aveva l’aria un po’ insolente del conquistatore: i paesani lo salutavano con un certo rispetto, e le donne lo trovavano bello.

Il Corso era già animato da torme di monelli, di contadini, di pastori tornati in paeso per godersi l’ultima domenica di