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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/267


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occhi riflettessero la desolazione del crepuscolo montano: e di tanto in tanto anche Predu Maria si curvava per rattizzare il fuoco, sospirando, e finalmente disse, battendosi le mani sulle ginocchia:

— Ti dico la verità, io fra me e me penso qualche volta: Bruno è uno stupido, a far questa vita.

— Perchè?

— Perchè sì! Tu hai una bella casa, un’industria bene avviata; tu potresti startene in città, al caldo, in compagnia di tua moglie. E invece, per un po’ più di quattrini, tu passi una vita da forzato. Sei come certi ricchi proprietari che si ostinano a soffrire tutte le intemperie per guidare il loro gregge, invece d’affidarlo a un buon servo.

— Io non amo l’ozio, lo sai; che farei, a casa?

— Quello che fanno i signori!

— Io non sono un signore, e se lo fossi lavorerei egualmente.

— Ah, io no, caro mio! A che serve? Tu accumuli, accumuli, vedi, come io ammucchio queste legna sul fuoco: tu credi di aver fatto qualche cosa e invece, vedi, in un attimo tutto si sfascia e diventa cenere....

Bruno rispose, calmo e ostinato: