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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/264


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Ella non aveva finito di pronunziare l’ultima parola che lo vide impallidire, spalancare gli occhi atterrito e contorcer le labbra come masticando qualche cosa d’amaro e disgustante. Un gemito rauco gli uscì come dal profondo del petto. Spaventata ella lo afferrò per le braccia, lo scosse e lo aiutò a sedersi sopra un sasso.

— Bruno? Bruno? Che hai?

Egli chiuse gli occhi e strinse le labbra, lottando contro il male che lo aveva assalito all’improvviso, e a poco a poco il suo volto si ricompose, ma restò soffuso di una tristezza profonda. Quando si fu del tutto riavuto, riaprì gli occhi e guardò Sebastiana, come se la vedesse appena in quel momento, mentre ella, piegata davanti a lui, pallida e tremante, gli accarezzava la testa come ad un bambino, e mormorava atterrita:

— Bruno? Bruno? Che è stato? Dimmelo, anima mia....

— Niente.... un capogiro.... è passato.

— Tu stai male e non vuoi dirmelo! Ed io ti ho offeso! Andiamo, Bruno; ti coricherai.... prenderai qualche cosa....

Egli la guardava, con gli occhi ancora velati e pieni di terrore; e vedendola così eccitata si alzò e fece alcuni passi per rassicurarla.