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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/22


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Attraverso il velo mobile della pioggia che cominciava a cadere, si scorgevano le prime case di Nuoro; allo svolto della strada apparvero tre alberi, curvi sul paracarri, quasi intenti a guardare lo sfondo roccioso del paese e le lontananze della valle grigia di vapori; poi la vettura si avanzò nel silenzio della Via Majore, fra due file di casette addormentate. Solo una donna col busto avvolto nella tunica e un’anfora di latte sul capo, si scansò mentre la diligenza si fermava davanti a un portone spalancato.

Il capo-macchia saltò svelto a terra, coi suoi sacchetti infilati al braccio, aprì l’ombrellone e aiutò Predu Maria a scendere.

— Se vuole posso accompagnarla. Si appoggi a me, — gli disse bonariamente prendendogli il braccio. — Venga, venga, non perdiamo tempo, se no ci inzuppiamo per bene.

— Ebbene, Dio glielo paghi! — esclamò Predu Maria commosso da tanta gentilezza.

Impiegarono un buon quarto d’ora per arrivare alla casa del Moro.

Predu Maria sentiva acutissimi dolori al piede, ma si trascinava stoicamente senza lamentarsi; arrivati sotto l’arco del Seminario, allagato da un rigagnolo di fango che scendeva dal rialzo ove sorge