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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/211


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— Però si voglion bene, — osservò la suocera con malizia, — può darsi che diventino magri appunto perchè si voglion troppo bene.

Egli rise ma non replicò; e Sebastiana finse di non capire, perchè sapeva che suo marito la credeva innocente come una bimba di sette anni, e voleva conservargli questa illusione.

— L’ho veduta, — riprese — e mi ha fermato domandandomi se era vero che ero incinta. Io le dissi: no, ma non sono ancora disperata. Ella capì che volevo dire per lei, e aggiunse: meglio rimaner libere, così si lavora di più, si hanno meno pensieri. Io replicai: a che serve la ricchezza quando non si hanno figliuoli?

— E lei poteva dirti: non c’è pericolo che le tue ricchezze, anche se non avrai figli, vadano disperse!

— Chi può sapere i segreti dell’avvenire? — sentenziò la maestra, sfregando un pomodoro su un pezzo di pane d’orzo. — Si son visti dei mendicanti diventare proprietari.

Ed entrambi, genero e suocera, cominciarono a far progetti per l’avvenire. Il posto di dispensiere fruttava dalle cento alle cento venti lire al mese, una vera ricchezza per gente parca come loro, che viveva con una lira al giorno.