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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/190


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brava il crepitar delle fiamme, e un tronco caduto gli parve un uomo addormentato.

Quando arrivò all’accampamento cadeva già la sera; fra gli alberi si scorgeva l’orizzonte d’un violetto cupo, e già ogni cosa prendeva strane forme, quasi camuffandosi e trasformandosi per i sogni della notte. Si udiva un canto corale, che in quel luogo solitario e selvaggio pareva una cantilena di gente esiliata, e al chiarore del crepuscolo i tronchi scorzati apparivano rossi, come insanguinati; un fuoco brillava nella spianata e figure di uomini passavano e ripassavano scure nella luce della fiamma come ombre danzanti.

Egli vedeva tutto rosso. Andò a sdraiarsi davanti alla capanna e chiuse gli occhi, ma come nella sera del suo arrivo a Nuoro vedeva macabre figure danzargli attorno: gli sembrava che l’incendio fosse già arrivato fino alla «lavorazione» e credeva di sentir il crepitar delle fiamme e urli umani e stridi di gazze. Con le foglie bruciate gli cadevano addosso piume di uccelli, frammenti di roccie; e i macigni si spaccavano, e tutto il cielo era coperto da una nuvola di cenere rossa.

All’improvviso un grido lo scosse dal suo cupo dormiveglia: spalancò gli occhi, ma per quanto guardasse non vide nulla.