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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/183


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chi estivi di cui, bambino, lo minacciavano perchè non andasse al sole: Maria Menàcra, Maria Pettène, le gigantesse armate di falci e di tridenti.

La maestra si sedette accanto a lui sul muricciuolo del portico, ed egli, confuso, non trovò parole per cominciare il suo discorso. Curvo, con le mani fra le ginocchia, fissava il suolo, e pareva un colpevole in attesa d’esser rimproverato, mentre la donna lo fissava con uno sguardo quasi truce.

— E dunque, che cosa pensiamo? — ella domandò a voce alta. — Predichedda disse che mi aspettavi.

— Vi aspettavo, sì! Son qui da due ore, — egli rispose sottovoce. — Volevo pregarvi di lasciar in pace Sebastiana. So che la maltrattate; so che la gente mormora. Io fra giorni me ne andrò.... lontano....

— Te ne andrai? Volevi dirmi questo? Hai fatto bene, sì! Caro Predu Maria, — ella disse, con quell’accento solenne che le aveva procurato il nomignolo di maestra — ascoltami; io finora non ti ho fatto del male, perchè ho in petto un cuore di donna e di madre: ma se tu non cambi pensiero, se tu fai come quei soldati che preferiscono disertare piuttosto che servire la legge, io, mio caro, cambierò