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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/150


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Gli veniva da ridere al solo pensarci; ma di un riso amaro, simile a quello di un suo compagno di pena, un burlone che ogni tanto, quando erano in quel luogo, rideva e prendendolo sotto braccio gli diceva:

— Andiamo, usciamo, ti condurrò alla bettola e poi da una donna mia amica. Su, non vuoi venire? Ci divertiremo!

Egli stette sveglio quasi tutta la notte, voltandosi e rivoltandosi sul terreno duro. Sì, la miseria è un carcere, più chiuso d’ogni reclusione: il disgraziato che vi si trova dentro non può uscirne facilmente e i suoi sogni e i suoi progetti son simili a quelli d’un condannato.

L’indomani egli andò nella dispensa, si fece dare ancora dell’acquavite, e disse a Lorenzo:

— Non potresti procurarmi del lavoro nelle miniere di tuo padre?

— Nelle miniere? Non stai bene qui? Stai come un papa e ti lamenti?

— Lasciamo gli scherzi, — disse Predu Maria, preoccupato. — Io voglio andarmene e se tu puoi aiutarmi farai opera buona; perchè qui io non posso più vivere.

Lorenzo trasse la sua scatola di fiammiferi, ne accese uno e lo buttò lontano fuor della capanna.

— Se ti occorrono denari ti basta far