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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/135


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Il colloquio con Predu Maria finì di esasperarla. Buttata sui gradini della scala ella aspettava il ritorno della rivale, decisa a non lasciarla rientrare. Le sembrava di aver finalmente la prova della perfidia che si tramava contro di lei; e l’odio, la certezza che oramai tutto era perduto, le pungevano il cuore. Si sentiva sola, abbandonata, più misera di quando, bambina, doveva provvedere alla sua di sgraziata famiglia; ma appunto questo senso di solitudine e di abbandono le dava un selvaggio desiderio di lotta, la forza feroce della tigre ferita.

Quando il passo provocante di Sebastiana risuonò su per le scale, ella balzò in piedi, ma subito tornò ad accovacciarsi, mettendosi come in agguato, mentre un brivido di rabbia le faceva battere i denti e il suo volto diventava verdognolo.

— Vattene, senti! Vattene subito, — disse sottovoce, quando Sebastiana le fu davanti.

— Perchè?

— Vattene, ti dico, se non vuoi pentirti. È meglio per te e per me. In questi pochi momenti ho saputo molte cose: ho saputo quello che hai detto e quello che hai intenzione di fare. Ma tu, bella mia, hai fatto male i conti. Può darsi che ti