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Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/127


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di disputare anche con Dio, e gli domandava rabbiosamente:

— Ma che ho fatto, io? Che ho fatto perchè debba morire di umiliazione e di rabbia?

Ella sapeva di aver peccato; ma metteva sulla bilancia della giustizia divina i suoi peccati e i suoi patimenti, e trovava che questi superavano il peso dei primi. Le sembrava di non aver mai fatto male a nessuno. Si rivedeva bambina, in una stamberga nera popolata di altri bambini affamati; in un canto stava sdrajato su una stuoja lurida un uomo ancora giovane ischeletrito da una implacabile malattia di nervi; e tutto il suo passato le appariva come una macchia nera, sulla quale ella distingueva solo i visini sporchi dei suoi fratellini e delle sue sorelline, e quel viso d’uomo, giallo, con le palpebre chiuse, livide e tremule, e le labbra grigie che si aprivano e si chiudevano lentamente e continuamente come quelle di un ruminante.

Ella aveva dieci anni allora, e doveva alzarsi all’alba e accendere il fuoco e dar da mangiare ai bambini, e chetarli se piangevano o litigavano, e inginocchiarsi davanti a quell’uomo che le ricordava Gesù Cristo deposto nel sepolcro, come si ve-