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128 grazia deledda


Quelle nuvole colorate, che s’indugiavano, pigre e come assopite, sul cielo melanconico di marzo, annunziavano la fine dell’inverno: tutto taceva intorno, e i macigni, le roccie, i tetti lavati dalle pioggie e dal vento, fumavano nell’aria tiepida e vaporosa. Sì, l’inverno moriva: fra poco l’erba sarebbe spuntata anche sulle chine più alte della montagna, sotto le foreste ove non penetra il sole, e i pastori sarebbero ritornati alle terre natie.

Il Sindaco poteva scherzare quanto voleva; Ballora aspettava la primavera, anzi la sentiva già, nell’aria, nel cielo, e soprattutto nel suo sangue giovane e ardente. Una mattina, agli ultimi di marzo, il Sindaco venne a trovare zio Ballore, e gli disse:

— Vostro figlio Zoseppe ha oramai quindici anni, non è vero? Che farà egli?

— Seguirà i suoi zii, se il Signore non mi farà guarire, — rispose zio Ballore.

— Senti, Predas A’, — riprese il Sindaco, guardandosi attorno, — devo domandarti un piacere. Tu conosci Miale Ghisu; tu sai che egli è uno dei più ricchi proprietari di Nuoro, e possiede terre anche nei nostri salti. Egli m’ha scritto che verrà qui, in cerca d’un servetto pastore. Perchè non gli dài Zoseppe?

Il malato fece un gesto d’impazienza, poi rispose lentamente:

— I Pintore non sono stati mai servi: poveri sì, ma servi mai...

— Non adirarti, Ballore Pintò. Se io ti ho fatto la proposta, è segno che la credo conveniente per