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Palmira, la giovine nuora, è la ranella trillante, e la Peppa che ha il marito mugnaio ed è abituata a gridare per vincere il rumor della ruota, è una vecchia rana un po’ rauca dal troppo gracidare, e solo la Bustighina che nessuno ha mai veduto senza il fuso e la connocchia, simile anch’essa a un fuso, piccolina, magrolina, tutta testa e dalle cui dita il filo grigio e lucente pare esca per virtù naturale, come l’acqua dalla fontana, solo lei ha una voce bassa e monotona di ranocchia stanca, che se ne va lungo il fosso e sta per addormentarsi fra i giunchi nerastri.

Fancin ride fra sè. Le donne discutono ed a momenti si accapigliano, chi sostenendo, chi negando che nella notte di Sant’Antonio le bestie parlano; ed egli pensa: — E loro adesso che cosa fanno? — e il desiderio di spaventarle urlando e mugolando come un bue, gli gonfia la gola. Ma una proposta della ridente Palmira lo richiamò al rispetto delle sue padrone.

— Sentite ragazze, facciamo una cosa: venerdì sera, vigilia di Sant’Antonio, restiamo alzate fino a mezzanotte, facciamo una bella cenetta e così sentiremo se le bestie parlano o no.

Mi no, mi no! — disse la Bustighina, come parlando al suo fuso. — Io ho paura.

— Quella sì, è una brutta bestia, la paura. E l’avarizia? Brutta bestiaccia anch’essa. Eh, voi, Bustighina, non volete venire per non portare uno dei vostri conigli arrosto...

— Non è per il coniglio, ma io ho paura di stare al buio e se non è buio le bestie non parlano.


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16 — Deledda.