Pagina:Deledda - Il cedro del Libano, Milano, Garzanti, 1939.djvu/234


lanconia e l’ebbrezza, la virile espressione di passioni che toccano le radici dell’anima, il piacere e la nascosta ma prorompente ansia di vivere, e persino un certo disprezzo, una sfida alle cose meschine d’ogni giorno, vibrano nella voce dei cantori, a loro stessa insaputa, come a insaputa dell’uccello che canta è la sua gioia di esistere, di procreare, di sopravvivere coi nati del suo nido.


Intonati a questa danza, che qualche volta dunque chiudeva i nostri balli, erano i costumi paesani; e la festa pigliava un colore di Sagra pastorale.

Episodi comici non mancavano: ed ecco una volta il direttore delle danze, prima del ballo finale, annunzia a bassa voce, ai varî gruppi specialmente delle ragazze, che ci sarà una sorpresa impensata, straordinaria, un avvenimento che accrescerà la gioia di tutti, a tutti farà piacere, a tutti porterà fortuna.

Non ha finito di bisbigliare, destando curiosità ma anche una certa diffidenza, che sulla soglia della sala attigua, nella cornice delle ghirlande d’edera e di vilucchio ancora fresco, come uno gnomo nel limite del bosco, si presenta un gobbo. Tutti i ventagli (anche le paesanine lo avevano) si aprirono per nascondere le bocche ridenti; i giovanotti si precipitarono incontro e intorno al nuovo venuto; molte dita si allungarono sulle spalle di lui, se ne accorgesse o no; e tutti lo accompagnarono in gruppo trionfale fino in mezzo alla sala: alcuni si piegavano, facendosi piccoli al pari di lui, per lasciarlo

224 —