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tronde, era oggetto di riso, di sarcasmo sottile e inesorabile, di pungenti critiche. Si consideravano di una razza superiore, e forse lo erano; e la loro casa, fornita di ogni bene di Dio, ricca di servi e serve, era un piccolo feudo dal quale dipendevano, sebbene indirettamente, tutti gli abitanti bisognosi del quartiere.

Prima dunque di chiedere in prestito, per una notte, il costume nuovo di mia cugina Elena ci pensavo due volte: d’altra parte quello antico di mia nonna era già troppo conosciuto e quelli delle altre mie parenti grasse e formose troppo larghi e voluminosi. Il costume di Elena, non privo di qualche modernità, col nastro in fondo alla gonna pieghettata più alto dell’ordinario e di un colore fra il rosso e il cremisi ondeggiante e lucente come le strisce del tramonto, il giubboncello in armonia, di una tinta purpurea lievemente granata, e i bottoni d’oro con la perla di falso rubino, tutto era adatto per me.

Il viso un po’ camitico di Elena, — «bruno ma bello; il turgido labbro simile al fior del melograno», — si mascherò subito di ironia, appena mi vide entrare nel doppio cortile che ricingeva la sua grande casa bassa tutta scalette esterne, ballatoi di legno, tettoie e ripari contro gli occhi indiscreti. Ella attingeva acqua dal pozzo profondo, e le sue caviglie nude luccicavano come il bronzo. Senza una parola nè di beffa nè di raccomandazione mi consegnò il costume: la gonna piegata come un grande ventaglio, il corsetto di broccato con una carta velina in mezzo, il giubboncello piegato al rovescio, dove si vedeva il velluto della fodera come

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