Pagina:Deledda - I giuochi della vita.djvu/55


cubo, con un peso angoscioso sul cuore. La prima cosa che ricordò furono le parole del Tedde a proposito di Larentu Verre:

“In fondo quell’uomo non è cattivo; è solamente debole, e non si decide mai se non è spinto da questo o da quell’altro.„

— Anch’io sono così, — pensò Andrea. — Sono degno figlio di “quell’uomo„.

Poi gli tornò in mente la storia dell’appaltatore: e una luce improvvisa, rapida e spaventosa come lo splendore di un fulmine, gli atterrì l’anima.

— Sono il figlio di un assassino, — pensò. — Ed è per un oscuro istinto che quell’uomo mi è riuscito sempre disgustoso. Ed è dunque l’atavismo che mi mette la colpa nel sangue? Non è l’odio, non è un orribile progetto d’artista, non è la miseria; è soltanto l’atavismo che mi spinge! Io compirò il mio delitto, perchè questo è il mio destino!

Ricordò le impressioni della giornata; l’arrivo, la fiera tristezza, l’oblio momentaneo davanti al paesaggio primaverile, il senso d’invidia e di melanconia provato nella casa del maestro, la collera nell’udire la storia dell’appaltatore. — Mi pareva di non crederci, — pensò, — ma mi ingannavo.