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cosima 7


era al servizio della casa, altri venti ne doveva trascorrere. Aveva allora trent’anni; era venuta bambina, da un tugurio di santi poveri, per badare al primo bambino dei padroni, che era morto dopo pochi mesi dalla nascita, ma lasciando il posto nella culla ad un altro. Primitiva era anche questa culla, come scavata nel tronco d’un noce, senza veli né ornamenti, e non rimaneva mai vuota.

Nanna era ancora una bella donna, con gli occhi castanei di cane buono, un mazzetto di peli all’angolo destro della bocca, i seni lunghi e bassi delle razze schiave. Schiava non era certo, in quella casa, e tutto le veniva affidato, compresi i bambini, che dormivano con lei, e che lei si trascinava appresso quando andava per le commissioni. Se lavorava giorno e notte lo faceva volontariamente: andava a prendere l’acqua alla fontana, a lavare i panni lontano, dove si trovasse qualche rigagnolo, puliva la farina e faceva, con la padrona, il pane di frumento e quello di orzo: andava a battere gli olivi nel podere, a cogliere ghiande per il maiale, nel bosco della montagna; spaccava la legna, dava da mangiare al cavallo; le toccava anche di spazzare il tratto di strada davanti alla casa, poiché il Comune non se ne incaricava; e al tempo della vendemmia pigiava l’uva coi suoi forti piedi nudi rivestiti d’una pelle che sembrava conciata. E lo stipendio glielo serbava il padrone, che lo metteva a frutto: quando ella aveva avuto venti anni ed era bella e