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132 grazia deledda


masto nella vigna, e anche Andrea vi avrebbe passato la notte per maggior sicurezza delle donne. Ma il luogo era tranquillo; non si era mai sentito parlare di vicende spiacevoli: l’aperta e nuda pianura non permetteva neppure il passaggio di malviventi, tanto che il colono non aveva un’arma, un cane. Ad ogni modo una pattuglia di carabinieri a cavallo adibita alla sicurezza stradale, percorreva ogni giorno lo stradone comunale che attraversava quella specie di altipiano selvaggio.

Cosima e la madre s’incamminarono, a piedi, lungo lo stradone, dopo aver oltrepassato le ultime case del paese. La giornata era limpida, tiepida: un acquazzone aveva rinfrescato i campi, e gli stessi cespugli e le erbe già inariditi della distesa intorno alla vigna avevano ripreso il verde: le ginestre fiorivano ancora, ancora qualche sambuco nano, dove il terreno era umido, apriva le sue ombrella d’argento filigranato. Il pino, sopra la casetta che ancora odorava di calce, vibrava tutto di canti d’uccelli: ce n’erano di ogni specie, sopra tutto di passeracei, poiché era l’unico rifugio del luogo, e il loro chiassoso concerto strideva anche di voci di battaglia; tutti però, d’accordo nello scavare i fichi nella vigna e a piluccare l’uva, nonostante gli spauracchi drizzati qua e là dall’ingegnoso colono. Del resto anche lui aveva l’aspetto di uno spaventapasseri, alto, scarno, dinoccolato, con gli enormi piedi scalzi nodosi, i calzoni logori di fu-