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Eterna storia di tutti i fanciulli abbandonati a sè stessi! Io provavo dolore, umiliazione, dispetto, e pensavo solo al modo di poter guadagnare qualche cosa per sottrarmi alle ingiurie della mia nemica.

Ma appena sentiva il rumore degli scarponi ferrati di mio padre che risuonavan sui ciottoli del cortile come ferri di cavallo, ella mutava fisionomia, di severa e minacciosa diventava dolce e servile; preparava il tagliere, deponeva il canestro del pane accanto al focolare e mi diceva:

— Avvicinati, cuore mio, mangia; avrai fame.

Mio padre rientrava, parlava del fitto della tanca, del contadino che voleva i denari; parlava delle capre, delle vacche, del servo che guardava l’ovile; di tutto fuor che di me.

Io passavo i giorni ad oziare, a portar acqua e ad immischiarmi nelle questioni delle donne alla fontana: a tutti domandavo chi aveva un bel cavallo da corsa, ma tutti mi dicevano se volevo comprarlo e mi ridevano in faccia. Finalmente un vecchio rimbambito mi indicò un ricco paesano malato che voleva vendere il suo cavallo. Io andai: l’uomo giaceva immobile e giallo su una stuoja e le donne lo piangevano già come morto; tuttavia domandai del cavallo e una vecchia mi rispose sottovoce che era al pascolo nel bosco comunale: se qualcuno voleva comprarlo andasse a vederlo.

Allora l’idea di cercare il cavallo per condurlo alle corse non mi abbandonò più. Si avvicinavano i giorni della festa e tutti nel nostro cortiletto ne parlavano: le nostre vicine di casa avevano deciso di andarvi attraversando a piedi la valle, ed erano talmente infervorate nei loro progetti che non ascoltavano più neppure le storie di zio Remundu.