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me, non lo salva dal testimonio falso quando egli è accusato di qualche crimine.

Egli quindi si difende da sè per istinto, per abitudine, per diritto. Per anni ed anni una feroce inimicizia ha dilaniato gli abitanti di questo paese. L’inimicizia nacque appunto tra due famiglie per un diritto di passaggio in una tanca. La lite giudiziaria che ne seguì non risolse con equità la questione, e il proprietario che vedeva calpestato il suo diritto si fece giustizia da sè, uccidendo il nemico che attraversava la sua terra. La famiglia di costui si vendicò; l’odio si propagò di famiglia in famiglia come una mala radice; e furono anni terribili di continue vendette e di morte.

Io ero un bambino, allora, ma ricordo benissimo che la gente aveva una fisionomia triste e cupa. Gli uni pareva diffidassero degli altri, anche se appartenevano alla stessa fazione; al cader della sera si chiudevan le porte, e anche quando si celebravano nozze tutti erano taciturni e melanconici.

Molti individui accusati di delitti che avevano o forse non avevano commesso, vivevano nelle macchie, ma di là impartivano ordini agli abitanti del paese: le due fazioni obbedivano ciecamente a due capi che appartenevano ancora alle due prime famiglie nemiche: uno di questi capi era zio Remundu Corbu, il nostro vicino di casa, l’altro era zio lnnassiu Arras, parente di mio padre. Entrambi erano latitanti.

Anche mio padre era pastore; aveva sposato, dopo la morte di mia madre, una vedova più vecchia di lui, che però possedeva qualche cosa ed era parente dei Corbu: il matrimonio avvenne al tempo delle paci, concluse tra le due fazioni dopo lunghe trattative e per intromissione delle autorità civili ed ecclesiastiche.