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nezza di Columba, il suo amore, il suo cuore, e che la vera immagine di lei, oramai, è quella che lo perseguita: una Columba inerte, pallida cieca distesa come morta all’ombra del grande albero della vita.



Arrivato davanti a San Francesco smontò, si fece il segno della croce, si tolse la berretta e attraversò i cortili tirandosi addietro il cavallo. L’erba cresceva lungo i muri di cinta e sui tetti delle casupole che circondano il santuario; solo le rondini coi loro voli e i loro stridi simili a trilli di chitarre animavano il luogo deserto.

Egli legò il cavallo a un piuolo, nel cortile interno, ed entrato nella chiesa s’inginocchiò sul pavimento fissando il severo santo barbuto che dall’alto della sua nicchia pareva lo guardasse diffidente e curioso.

«Anche tu sei qui? — pareva volesse dirgli. — Ebbene, che t’è accaduto? Noi ci conosciamo da un pezzo!»

Quanti uomini agitati dalle passioni, incalzati da desiderii e da paure, quanti persecutori e quanti perseguitati s’erano genuflessi lì, ai piedi del santo barbuto, loro amico o giustiziere! Ma il nonno sapeva che non è facile ingannare San Francesco di Lula.

— San Francesco, avvocato dei buoni, non son qui per domandarvi una cosa ingiusta. Son peccatore e mi pento, ma vengo da voi, solo per chiedervi consiglio, lo sono vecchio ed ho errato, ma qual’è l’uomo che non erra? La vostra esperienza è più grande della mia, «Santu Franciscu abbocadu!» Ditemi dunque che cosa devo