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degli sposi, l’allegria di tutti quei «giovani puledri ».

Ma un sentimento di giustizia lo spingeva. Jorgeddu, il suo piccolo parente, colui che era andato una sera a cercarlo nel suo eremo di pietre, giaceva sotto il peso della calunnia, mentre coloro che l’avevano ucciso, scorrazzavano attraverso i campi fioriti, sotto il bel sole di giugno, e sorridevano di felicità.

Era giusto, questo? Tutto lo spirito protervo del vecchio si ribellava a quest’iniquità: ma senz’accorgersene, egli, come zia Giuseppa Fiore, univa alle sue personali ragioni di odio contro i Corbu le ragioni di Jorgj Nieddu: la sua sete di vendetta si confondeva con la sua sete di giustizia.

Jorgj lo aveva pregato di lasciar sposare e partire Columba, prima di riferire al nonno chi era il ladro del suo tesoro: ebbene, Columba si era sposata ed era partita, e nulla più poteva trattenere il vecchio dal parlare.

— Sono i parenti nuovi? — domandò accennando ai giovani col suo vincastro. — E gli sposi dove si nascondono?

— Son lassù, all’ombra della quercia. Venite lassù a bere?

— Dio mi assista, sì!

E ciò che non s’era concluso in tanti anni, la pace, parve concludersi allora: egli seguì i Tibesi e bevette il buon vino degli sposi.

— Ebbene, — disse fissando Columba che stava seduta su una grossa radice e taceva guardandolo, — non venite nel mio piccolo ovile? Vi darò la giuncata e anche il siero, che rinfresca....

Egli parlava con malizia, ma zio Remundu credette di mortificarlo dicendogli: — Essi non hanno il calore che avevamo noi alla loro età!

Deledda, Colombi e sparvieri. 17