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e battendosi la testa col pugno. — perchè son vivo? Nemici ne ho avuto, da combattere, ma nessuno come te, nipote mia.... Meglio m’avesse colto una palla in mezzo alla foresta, e i corvi m’avessero spolpato come una pecora.... Tu mi uccidi peggio, nipote mia, tu mi spolpi poggio, Columbè!

Ella mormorò qualche parola, ma il vecchio gridò ferocemente:

— Basta, adesso, perdio! — ed ella tacque continuando a singhiozzare.

Aggrappato al muro Pretu provava un’impressione quasi di vertigine: gli anni passeranno, egli non dimenticherà mai quella scena, i sospiri e il mugolio del vecchio, i pugni che egli si dava sul capo quasi per sfogarsi, per impedirsi di darli a Columba; le parole e il pianto disperato di lei che s’era appoggiata al muro come fosse ferita e invece di lagrime versasse sangue.

Finalmente il nonno disse, calmatosi alquanto: — Bè, ricordati quello che ti ho detto l’altra sera: sei libera ancora, fa quello che vuoi. Vuoi tornartene lì, da quel malaugurato pezzente? Torna pure: io non aprirò più bocca. Ma che sia finita; va!

Columba sollevò il viso e disse con accento di sfida:

— Se egli mi avesse voluta non sarei qui!

— E allora cos’è che vuoi?

— Nulla voglio, per me! Io ho tutto. — ella riprese con cupa ironia; — che cosa mi manca? Voi mi avete procurato tutto.... Ma a lui bisogna restituire il mal tolto: questo voglio....

E si drizzò davanti a lui minacciosa.

— Questo voglio!

Ma la pazienza del nonno era esaurita. Senza più pronunziar parola sollevò di nuovo la mano e la percosse. Pretu sentì il rumore degli