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do il ritorno del vecchio. Il vento sibilava nel cortile. Appena Columba aprì la porta per andare a prender la legna dal portico, un odore di erba e di terra bagnata la colpì, ricordandole l’odore della stamberga di Jorgj.

Tenendosi coi denti il fazzoletto che il vento voleva portarle via, prese la legna, rientrò e chiuse; ma l’odore la seguiva, ed egli era lì, davanti a lei, piccolo e cereo in viso come un bambino morto, immobile sul suo letto tutto bianco in fondo alla stamberga nera. Sì, ella aveva fatto questo: era andata due volte da lui: la prima volta la notte di Pasqua, senza osare di avanzar dalla porta, poi una mattina all’alba, prima che le vicine si alzassero. Egli dormiva con la testa avvolta in un fazzoletto bianco; il suo viso era ancora più bianco del fazzoletto, e i capelli neri divisi sulla fronte, il cerchio violetto delle palpebre, l’ombra sopra il labbro superiore si vedevano da lontano.

Sembrava un bimbo, un bimbo morto; era diventato così piccolo, doveva esser leggero come un uccellino. Ecco perchè Pretu riusciva a sollevarlo e ad aiutarlo come un fratellino minore. Ed ella era fuggita senza svegliarlo, s’era chiusa in casa, aveva ripreso a vagare per le camere e i nascondigli quasi cercando il suo Jorgj d’altri tempi, quello che l’aveva baciata e insultata, offesa e abbandonata. Ma non le riusciva più di trovarlo: era sparito per sempre, lo studente protervo, il nemico di nonno Corbu; era morto, soffocato forse dalle sue collere e dal suo orgoglio; ed era un altro Jorgj quello che adesso giorno e notte viveva nel pensiero di lei, un piccolo Jorgj debole, un bambino morente....

A volte ella desiderava di andare ancora da lui, di prenderlo fra le sue braccia e cullarlo sul suo seno.