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te lire. Il Segretario faceva gli occhi grossi come due rotelle di fuso, guardandola; ma lei certo non lo vuole. Anche zia Giuseppa Fiore ha detto: per quella lì ci vuole un dottore. Ma se voi guarite, zio Jò, voi diventate dottore....

La conclusione inattesa fece sorridere il malato, ma dopo un momento egli sgridò il servetto imponendogli d’accendere il lume e di andarsene.

— Lascio la porta del cortile aperta?

— Lasciala pure.

I tempi erano mutati. Il padrone non era più selvatico e intrattabile come nei giorni passati: di nuovo aspettava qualcuno; ma tranne il dottore, il mendicante e zio Arras, nessuno più andava a cercarlo.

Rimasto solo Jorgj fissò a lungo la candela; gli pareva che la fiammella gli tenesse compagnia, che piegandosi mossa dall’aria gli accennasse il libriccino deposto sul tavolo e fra le cui pagine stavano le due letterine. Piano piano tese quindi il braccio, riprese il libro, rilesse.

Del resto le sapeva a memoria. Erano tutte e due scritte su foglietti giallognoli profumati alla violetta, con caratteri lunghi e angolari.

«La ringrazio vivamente di non aver respinto il mio modesto regalo. So che lei è fiero. È inutile che io finga oltre d’esser lontana. Sono vicina a lei, sebbene per poco tempo, e conosco tutta la sua storia, il suo lungo martirio. So che la sua porta è chiusa agli indifferenti ed ai curiosi; ma io non sono come gli altri, e oso pregarla di lasciarmi venire a visitarla. Se vuole che io venga mi scriva per mezzo dell’amico vetturale».

L’altra diceva:

«Non mi ringrazi! Son io che devo ringraziar lei di permettermi di farle un po’ di bene. Verrò.